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Dec. Preparazione

Risorgimento

 

6 Il "decennio di preparazione"

le azioni mazziniane
La realpolitik cavouriana

7 La II guerra d'indipendenza
8 La Spedizione dei Mille e la proclamazione del Regno d'Italia
L'assenza delle masse contadine e il contrasto città-campagna


6 il decennio di preparazione


Le azioni mazziniane

Nei dieci anni successivi alla sconfitta (il cosiddetto "decennio di preparazione") riprese inizialmente vigore il movimento repubblicano mazziniano, favorito anche dal fallimento del programma federalista neoguelfo; i mazziniani promossero una serie di insurrezioni, tutte fallite.
Quelle che più impressionarono l'opinione pubblica italiana ed europea furono l'episodio dei martiri di Belfiore (1852), strascico repressivo austriaco contro le ribellioni avvenute negli anni precedenti nel Regno Lombardo Veneto, e la disastrosa spedizione di Sapri (1857), nel Regno delle Due Sicilie, condotta all'insegna del credo mazziniano per il quale ciò che contava era più che il successo il "dare l'esempio" e conclusasi con la morte di Carlo Pisacane e dei suoi 23 compagni, massacrati dai contadini assieme ad altri patrioti liberati all'inizio della spedizione dal carcere di Ponza. Fortemente impressionò la borghesia italiana anche la rivolta milanese del 6 febbraio 1853 che condotta con spirito mazziniano, ossia confidando in una spontanea partecipazione popolare e addirittura nell'ammutinamento dei soldati ungheresi dell'esercito austriaco, fallì miseramente nel sangue. Oltre che l'impreparazione e la superficiale organizzazione dei rivoltosi, operai d'ispirazione politica socialista, furono proprio i mazziniani, notoriamente in contrasto ideologico col marxismo, a contribuire al fallimento non facendo loro pervenire le armi promesse e mantenendosi passivi al momento dell'insorgere della rivolta. Un pugno di uomini armati di pugnali e coltelli andarono così consapevolmente incontro al disastro in nome dei loro ideali patriottici e socialisti.[51]
A Napoli nel 1856, dopo un fallito attentato al re Ferdinando II, veniva condannato a morte il calabrese Agesilao Milano mentre in Sicilia veniva repressa una sommossa organizzata da Francesco Crispi e Francesco Bentivegna.[52].
La crisi del movimento mazziniano favorisce nel 1857 la creazione in Piemonte della Società nazionale italiana, ad opera degli esuli Daniele Manin e Giuseppe La Farina e in probabile accordo con Cavour, a supporto del movimento unitario che si stava formando attorno al Piemonte, operando alla luce del sole nel regno sabaudo e clandestinamente negli altri stati italiani.

La realpolitik cavouriana


Nel 1850 Camillo Benso conte di Cavour entra nel governo piemontese: inizialmente come ministro per il commercio e l'agricoltura, divenendo poi anche ministro delle finanze e della Marina; infine è primo ministro il 4 novembre 1852. Fin dall'inizio come ministro del commercio intraprende una azione che punta a molteplici accordi con le nazioni europee, stringendo accordi commerciali con Grecia, le città anseatiche, l’Unione doganale tedesca, la Svizzera e i Paesi Bassi, ed approfondisce i contatti con le potenze europee viaggiando nell'estate del 1852 ed incontrando a Londra il Ministro degli Esteri inglese Malmesbury, Palmerston, Clarendon, Disraeli, Cobden, Lansdowne e Gladstone e a Parigi il presidente Luigi Napoleone ed il ministro degli esteri francese[53]. L'anno successivo Ludwig von Rochau introducendo il concetto di realpolitik col suo saggio Principles of Realpolitik[54] ne porta come esempio l'azione di Cavour che prepara le basi "per una grande originale operazione nazionale"[55].
Sotto Cavour si accentuano i contrasti con i conservatori clericali e il Regno di Sardegna, arrivando ad un punto di non ritorno con la scomunica papale comminata al Re Vittorio Emanuele II, a Cavour e a tutti membri del governo e del parlamento a seguito della Crisi Calabiana (1855) che si concluse con l'approvazione della legge sui conventi.



7 La II guerra d'indipendenza


Il biennio 1859-1860 costituì una nuova fase decisiva per il processo d'unificazione, caratterizzato dall'alleanza tra la Francia di Napoleone III e il Regno di Sardegna siglata con gli accordi di Plombieres, che peraltro non prevedevano la completa unità italiana estesa a tutta la penisola.
Il 10 gennaio 1859 Vittorio Emanuele II pronunciò un famoso discorso della Corona al Parlamento subalpino, disse: «Noi non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d'Italia si leva verso di noi»; parole che esprimevano un'accusa di malgoverno austriaco sugli italiani ai quali il re sabaudo si proponeva come loro soccorritore e una velata ricerca del "casus belli": elemento quest'ultimo necessario poiché, secondo gli accordi, Napoleone III sarebbe entrato in guerra solo nel caso di un attacco austriaco al Piemonte.[56]
Nel frattempo Garibaldi veniva autorizzato a condurre apertamente una campagna di arruolamento di volontari nei Cacciatori delle Alpi, una nuova formazione militare regolarmente incorporata nell'esercito sardo. L'Austria colse nelle parole del sovrano piemontese e nel riconoscimento ufficiale dei volontari agli ordini del noto rivoluzionario mazziniano Garibaldi, che veniva stanziato ai confini del Lombardo-Veneto, una provocazione e una sfida. La possibilità però di una guerra all'Austria con l'alleato francese sembrava ancora lontana dal realizzarsi per l'opposizione dei cattolici francesi che vedevano in una guerra vittoriosa del Piemonte una probabile successiva annessione dello Stato pontificio, con la conseguente perdita del potere temporale del papa. Per allontanare il rischio di una guerra agiva anche la diplomazia inglese e prussiana che si adoperava per una conferenza di pace: si sapeva infatti che gli accordi di Plombieres prevedevano un insediamento della Francia nell'Italia centrale e meridionale che avrebbe alterato i rapporti di forza in Europa.[57]


La Battaglia di Solferino

Dopo mesi, durante i quali sembrava si potesse giungere a una pacificazione, giunse l'ultimatum austriaco al Piemonte con l'ingiunzione di disarmare l'esercito e il corpo dei volontari. Cavour in risposta all'intimazione austriaca dichiarò di voler resistere all'«aggressione» e a fine aprile giunse la dichiarazione di guerra degli austriaci che attaccarono il Piemonte attraversando il confine sul fiume Ticino (26 aprile).
Il 12 maggio 1859 l'alleato francese Napoleone III, sulle orme del "grande zio", secondo gli accordi convenuti, entrò in guerra al comando dell' Armée d'Italie. Seguirono nel periodo maggio-giugno una serie di vittorie franco-piemontesi, ma con un alto numero di perdite, mentre i Cacciatori delle Alpi al comando di Garibaldi dopo aver preso Varese, Bergamo, Brescia continuavano ad avanzare verso il Veneto.
Alle notizie della guerra all'Austria il 27 aprile 1859 i ducati emiliani, le legazioni pontificie, e il Granducato di Toscana, dopo l'abbandono del granduca Leopoldo, chiedevano ed ottenevano l'invio di commissari sabaudi per l'annessione al Regno sardo.
Questi avvenimenti che sconvolgevano gli accordi di Plombieres sulla spartizione degli stati italiani, il malcontento dell'opinione pubblica francese per l'alto numero di morti nella guerra in Italia, l'opposizione dei cattolici francesi che vedevano realizzarsi i loro timori per la perdita dell'autonomia papale, spinsero Napoleone III ad accettare di firmare un armistizio (luglio 1859) con l'imperatore Francesco Giuseppe d'Asburgo ("preliminari di pace di Villafranca") che concedeva ai Piemontesi la sola Lombardia (eccetto Mantova e Peschiera del "Quadrilatero") in cambio dell'abbandono delle terre già occupate nel Veneto e della rinuncia a soddisfare le richieste di annessioni.
Vittorio Emanuele accettò le condizioni di pace e ritirò i commissari regi dalle città di Firenze, Parma, Modena, Bologna dove però i governi provvisori si opponevano alla restaurazione ipotizzando anche una forza militare comune di difesa, mentre le truppe papaline riprendevano militarmente il controllo dell'Umbria ribellatasi.
Nel frattempo il quadro internazionale cambiava e l'Inghilterra si mostrava favorevole ad una situazione italiana dove la Francia non avrebbe avuto alcun peso mentre uno Stato unitario italiano poteva costituire un valido punto d'equilibrio in Europa sia nei confronti della Francia che dell'Austria.
Il ritiro unilaterale dei francesi rendeva nulli gli accordi di Plombieres, ma Cavour colse l'occasione delle mutate condizioni offrendo a Napoleone III la Savoia e il Nizzardo in cambio del riconoscimento francese delle annessioni dell'Emilia e della Toscana che con il consenso della Francia, tramite i plebisciti dell'11 e 12 marzo 1860, entrarono a far parte del Regno di Sardegna.



8 La spedizione dei mille e la proclamazione del Regno d'Italia

Ulteriore passo verso l'unità fu la spedizione "dei Mille" garibaldini in Sud Italia.[58] Quest'ultima era formata da poco più di un migliaio di volontari provenienti in massima parte dalle regioni settentrionali e centrali della penisola, appartenenti sia ai ceti medi che a quelli artigiani e operai; fu l'unica impresa risorgimentale a godere, almeno nella sua fase iniziale, di un deciso appoggio delle masse contadine siciliane, all'epoca in rivolta contro il governo borbonico e fiduciose nelle promesse di riscatto fatte loro da Garibaldi. «Il profondo malcontento delle masse popolari delle campagne e delle città, sebbene avesse le sue radici nella miseria e quindi nella struttura di classe della società, si rivolgeva contro il governo prima ancora che contro le classi dominanti»[59].
Dopo la battaglia di Calatafimi, dove fu determinante per la vittoria la partecipazione dei contadini siciliani[60], e la conquista di Palermo mentre le truppe regie si ritirano verso Messina, «con la metà di giugno si spezza definitivamente l'alleanza tra borghesi e contadini per dar luogo all'alleanza tra borghesi isolani e borghesia continentale rappresentata dai garibaldini e dai moderati»[61] Ma nel frattempo continuava anche la guerra separata dei contadini ancora condotta in nome di Garibaldi e della libertà. Invasero i demani comunali, i feudi dei baroni latifondisti, bruciarono gli archivi dove erano custoditi i titoli del loro servaggio. «I movimenti di insurrezione dei contadini contro i baroni furono spietatamente schiacciati e fu creata la Guardia Nazionale anticontadina; è nota la spedizione repressiva di Nino Bixio, il braccio destro del Generale, nella regione del catanese dove le insurrezioni furono più violente.»[62].[63]
Mentre Garibaldi avanzava da sud, in agosto insorse la Basilicata arrivando ad avere un governo provvisorio che rimase in carica fino all'ingresso di Garibaldi a Napoli. Le truppe di Vittorio Emanuele II entravano nello Stato della Chiesa scontrandosi il 18 settembre con l'esercito pontificio nella Legazione delle Marche, a Castelfidardo, dove ottennero la vittoria che portò poi all'annessione di Marche ed Umbria. Solo dopo questa vittoria si poté pensare alla proclamazione del Regno d'Italia in quanto fu possibile unire politicamente le regioni del nord e del centro, confluite nel Regno di Sardegna in seguito alla seconda guerra d'indipendenza (e le conseguenti annessioni), alle regioni meridionali conquistate da Garibaldi e definitivamente sottratte ai Borbone, dinastia che in passato aveva dato a Napoli anche un grande sovrano[64], ma che «...ormai rappresentava, nella vita dell'Italia Meridionale, la peior pars...», cioè la parte peggiore, come scrisse Benedetto Croce[65]. Anche lo storico e filosofo Ernest Renan, in viaggio nel Mezzogiorno d'Italia attorno al 1850, al pari degli altri viaggiatori e osservatori stranieri constatava l'«...affreuse tyrannie intellectuelle qui règne sur cette partie de l'Italie...»[66]
Dopo alcuni tentennamenti e sotto la pressione di Cavour e dell'imminente annessione di Marche ed Umbria alla monarchia sabauda, Garibaldi, pur di idee repubblicane, non pose ostacoli all'unione dell'ex Regno delle Due Sicilie al futuro Stato unificato italiano, che già si profilava all'epoca sotto l'egida di Casa Savoia. Tale unione fu formalizzata mediante il referendum del 21 ottobre 1860.
Il 17 marzo 1861 il parlamento subalpino proclamò Vittorio Emanuele II non re degli italiani ma «re d'Italia, per grazia di Dio e volontà della nazione». Non "primo", come re d'Italia, ma "secondo" come segno distintivo della continuità della dinastia di casa Savoia che aveva realizzato la «conquista regia» della unificazione italiana[67]; tre mesi dopo moriva Cavour che, nel suo primo discorso al Parlamento dopo la proclamazione del Regno d'Italia, aveva suggerito la linea politica di Libera Chiesa in libero Stato come soluzione al problema della persistenza del potere temporale in Italia, che impediva una soluzione pacifica affinché Roma, proclamata capitale del Regno, ma di fatto ancora capitale dello Stato pontificio, potesse effettivamente diventare la capitale del nuovo Stato e che conseguentemente condizionava la partecipazione dei cattolici, sensibili alle indicazioni di Pio IX, alla vita politica nazionale.
Il nuovo regno mantenne lo Statuto albertino, la costituzione concessa da Carlo Alberto nel 1848 e che rimarrà ininterrottamente in vigore sino al 1946.






Note

1.^ Cit. tratta da: Ernesto Galli Della Loggia, L'identità italiana, Bologna, Il Mulino, 1998, p. 36, ISBN 88-15-06612-8
2.^ a b Piero Craveri, Gaetano Quagliariello, La Seconda Guerra Mondiale e la sua memoria, Rubbettino Editore, 2006 ,p.579 e sgg
3.^ Tra questi sono da citare Partito del Sud, Movimento Indipendentista Ligure, Movimento Autonomista Toscano e Liga Veneta Repubblica.
4.^ Walter Maturi, "D'Azeglio", Dizionario biografico degli Italiani. (Roma, 1962), 4: pp.746-52.
5.^ Cfr. Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento: la nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), Pearson Paravia Bruno Mondadori, 1999, p.5 e sgg.
6.^ Stuart J. Woolf dedicherà il primo dei due volumi del Risorgimento italiano all'età delle riforme settecentesche e a quella napoleonica, considerandole parti integranti del lungo processo risorgimentale. Cfr. Il Risorgimento italiano. Dall'età delle riforme all'Italia napoleonica, Torino, Giulio Einaudi Editore, 1981, vol. I
7.^ È di questo avviso, fra gli altri, Alberto Mario Banti che individua nel triennio 1796-1799 il «il momento in cui si posero le fondamenta dei principi ideali che animarono l'idea risorgimentale» Cit. da Alberto Mario Banti, Il Risorgimento italiano, Roma-Bari, Editori Laterza, 2004, p. XI, ISBN 978-88-420-8574-4
8.^ È questa l'opinione non solo di tanti intellettuali nazionalisti e irredentisti dell'epoca, ma anche di alcuni storici liberali, fra cui Adolfo Omodeo, che fu «uno dei più accesi sostenitori della visione della Grande guerra come continuazione e compimento delle guerre di indipendenza e del Risorgimento...» Cit. da: AA. VV. Storia d'Italia, Einaudi 1974 ed. speciale il Sole 24 Ore, Milano 2005 vol. 10 (Alberto Asor Rosa, Dall'unità ad oggi) p. 1356»
9.^ Cfr. A. Desideri, Storia e storiografia, Voll. I e II, Casa editrice D'Anna, Messina-Firenze, 1999
10.^ ad eccezione di Sicilia e Sardegna
11.^ solo nel 212 (Constitutio Antoniniana) la cittadinanza fu estesa a tutto l'impero
12.^ «nè mai più fu ritentata per undici secoli la grande impresa (dicon essi) del costituire l'unità italiana.» (Giuseppe Brunengo, I primi Papi-Re e l'ultimo dei re longobardi, Coi tipi della Civiltà Cattolica, 1864, p.260
13.^ Cfr. Montanelli, Da Carlo Magno all'anno Mille. Storia d'Italia, BUR, 1994.
14.^ «Alcuni storici e una certa retorica nazionalistica hanno fatto di lui un campione e un assertore dell'unità d'Italia», tratto da Montanelli & Gervaso, Storia d'Italia, vol. 6, Da Carlomagno all'anno 1000, pag. 139, Fabbri editori, 1994.
15.^ Cfr. Umberto Eco, Il Medioevo. Barbari, cristiani, musulmani, Encyclomedia Publishers, 2010
16.^ Konrad Burdach, Riforma, Rinascimento, Umanesimo, trad. a cura di D. Cantimori, Sansoni, Firenze 1986.
17.^ AA.VV., Origini dello Stato. Processi di formazione statale in Italia fra medioevo ed età moderna, a cura di G. Chittolini, A. Molho e P. Schiera, Il Mulino, Bologna 1994.
18.^ Le garzantine, Atlante storico.., op. cit., pag. 150 e 151
19.^ La citazione è tratta da: Umberto Cerroni, L'identità civile degli italiani, Lecce, Piero Manni, 1996, pag. 24
20.^ Cfr. Umberto Cerroni, op. cit p. 25
21.^ Raffaele Morghen, L'unità monarchica nell'Italia meridionale in Nuove questioni di storia medioevale, Marzorati. Milano, 1977 (riportato in Giampaolo Perugi, Pagine di storiografia, Zanichelli editore, 2000, p.216)
22.^ «Già nella prima metà del Trecento essa aveva dato ciò che le altre nazioni non avevano dato ancora... una lingua raffinata, una grande poesia... una prosa letteraria...» da Umberto Cerroni, op. cit., p. 24
23.^ «Capì che il destino dell'Italia era condizionato dall'equilibrio fra le quattro grandi potenze che vi si erano formate: Milano, Venezia, Firenze e Napoli. [...] Lo chiamarono "Padre della Patria", certamente alludendo a una patria fiorentina. Ma Cosimo lo fu di tutta l'Italia. Forse egli carezzò un sogno di unità nazionale. Ma capì ch'era irrealizzabile, e quindi si contentò dell'unico traguardo che un uomo di Stato italiano, a quei tempi, poteva proporsi: un Direttorio dei "quattro grandi", solidali nel proposito di mantenere la Penisola al riparo da intrusioni straniere» (Montanelli & Gervaso, Storia d'Italia, vol. 12, La civiltà del Rinascimento, pp. 11-12, Fabbri editori, 1994).
24.^ Le garzantine, Atlante storico.., op. cit., pag. 223 e 225
25.^ «Questa fu la politica dei Medici sino alla fine del Quattrocento. Ad essa l'Italia è debitrice di quei decenni di relativa pace e di meravigliosa prosperità che consentirono il miracolo del Rinascimento» (Montanelli, op. cit., p. 12.).
26.^ Si trattava di «professionisti della guerra che non si facevano certo nessuno scrupolo a passare da una parte all'altra secondo le convenienze e circostanze, come farà uno dei tredici di Barletta», ma nei confronti dei quali il capitano spagnolo non perse l'occasione, offertagli dalla provocazione francese, di «far leva sull'amor proprio degli italiani» (Giuliano Procacci, La disfida di Barletta. Tra storia e romanzo, Bruno Mondadori editore, 2001 pagg. 47-48).
27.^ Il grande risalto che all'epoca venne dato all'episodio, secondo lo storico Giuliano Procacci (op.cit., p.45), era dovuto al desiderio di perpetuare un'immagine epica della classe feudale della cavalleria ormai superata come strumento di guerra
28.^ Cfr. F. Guicciardini, Storia d'Italia, libro I, ed. Ricciardi, Milano-Napoli, 1953
29.^ Cfr. G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol.I, Feltrinelli, Milano, 1956
30.^ «E se bene l'Italia divisa in molti domini abbia in vari tempi patito molte calamità che fose in un domino solo non avrebbe patito [...] nondimeno in tutti questi tempi ha avuto al riscontro tante città floride [...] che io reputo che una monarchia gli sarebbe stata più infelice che felice» (in F. Guicciardini, op.cit.)
31.^ N. Machiavelli, Opere scelte, Volume 1969,Parte 1, Editori riuniti, 1969
32.^ Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento: la nascita dell'Italia contemporanea (1770-1922), Pearson Paravia Bruno Mondadori, 1999, pp.7 e sgg.
33.^ Un'eredità ancora ben presente, a testimonianza dell'influsso "francese", è data dalla origine del tricolore italiano inizialmente adottato nelle piccole ed effimere repubbliche create da Napoleone Buonaparte nell'Italia centro settentrionale e, quindi divenuto bandiera nazionale italiana
34.^ Proclama di Rimini
35.^ Cfr.F. M. Agnoli, Le Pasque veronesi: quando Verona insorse contro Napoleone, Rimini, Il Cerchio, 1998.
36.^ Cfr. F. Della Peruta, I democratici e la rivoluzione italiana, Milano, 1974; idem, Conservatori, liberali e democratici nel Risorgimento, Milano, 1989.
37.^ «Fu questo senza dubbio un momento molto importante nello sviluppo economico della Lombardia, il momento in cui l'agricoltura [favorita nel suo sviluppo dall'Austria] cominciò a perdere terreno di fronte all'industria e al commercio...[I ceti produttori guardavano ormai al Piemonte] ove la libertà aveva consentito una rapida e notevole espansione dell'industria e del commercio» (in F. Catalano, Stato e società nei secoi, III, ed. G. D'Anna, Messina-Firenze, 1966)
38.^ Tra le opere Dei doveri dell'uomo Fede ed avvenire Editore Mursia ISBN 9788842541721
39.^ Cfr.L. Salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Torino, 1959
40.^ Lucy Riall, Pinella Di Gregorio, Il Risorgimento. Storia e interpretazioni, Donzelli Editore, 1997 p.38 e sgg.
41.^ Cfr. Napoleone Colajanni, Dov'è la sinistra?: critica della "terza via", Ponte alle Grazie, 2000
42.^ Cfr.G. Berthier De Sauvigny, La Restauration, Parigi, 1955
43.^ Cfr. Enrico Leo, Storia degli stati italiani dalla caduta dell'impero romano fino all'anno 1840. Volume 2, Elibron classic series, 2006 (ristampa originale del 1842)
44.^ Cfr. Harold Acton, I Borboni di Napoli (1734-1825), Giunti Editore, 1997
45.^ Cfr. G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna, vol. II, Dalla Restaurazione alla rivoluzione nazionale, 1815-1846, Milano, 1962
46.^ Colonnello dell'esercito borbonico, aderì alla Carboneria ed ebbe parte attiva nella rivoluzione del 1820-1821 e fu capo di Stato Maggiore nell'esercito costituzionale guidato da Guglielmo Pepe nella guerra contro gli Austriaci. Dopo il fallimento dei moti costituzionali Del Carretto abiurò la scelta carbonara, dichiarando di aver aderito alla setta solo per boicottarla
47.^ Robert Justin Goldstein, The war for the public mind: political censorship in nineteenth-century Europe, Greenwood Publishing Group, 2000
48.^ Gli unici impediti a parteciparvi furono gli scienziati residenti nello Stato pontificio la cui partecipazione venne permessa dopo l'arrivo al soglio pontificio di Pio IX, tuttavia non si riuscì ad organizzare un congresso negli stati pontefici, e il previsto congresso di Bologna venne spostato a Padova.
49.^ Cfr. Angelo Guerraggio, Pietro Nastasi L’Italia degli scienziati. 150 anni di storia nazionale, Bruno Mondadori, 2010
50.^ Cfr. Rodolphe Rey, Histoire de la Renaissance politique de l'Italie 1814 - 1861, Parigi, 1864
51.^ (cfr. L.Pollini, La rivolta di Milano del 6 febbraio 1853. Ceschina, Milano 1953)
52.^ (Rosario Villari,Storia contemporanea.Editori Laterza,Roma-Bari 1990)
53.^ Romeo, Vita di Cavour, Bari, 2004.
54.^ In tedesco: Grundsätze der Realpolitik: angewendet auf die staatlichen Zustände Deutschlands
55.^ Citato da Paolo Mieli in Bismarck e Cavour, due volti del cesarismo Corriere della sera 26 Gennaio 2011
56.^ Giuseppe Vottari, Storia d'Italia, Alpha Test, 2005, p.20
57.^ A. Desideri, Storia e storiografia, Vol.II, Ed. D'Anna, Messina-Firenze, 1999, p.749
58.^ Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Noterelle di uno dei Mille, Bologna, Nicola Zanichelli, 1880. (ISBN non disponibile)
59.^ Cfr.Giorgio Candeloro, Storia dell'Italia moderna: Dalla rivoluzione nazionale all'Unità, Feltrinelli, 1986
60.^ Truppe garibaldine agli ordini di Garibaldi: 1.089 volontari garibaldini
200 picciotti siciliani
circa 2.000 contadini locali
Sulle forze in campo vedasi Ugo Del Col, Daniele Piccinini. Un garibaldino a Selvino, Editrice UNI Service, 2007 p.35
61.^ Cfr. Renzo Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, 2 voll., Milano, 1970
62.^ A.Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966
63.^ Non appena Bixio arrivò a Bronte fece subito intendere quale fossero le sue intenzioni: uccise a freddo uno dei capi più accesi dei rivoltosi ed emanò un decreto con cui comandava la resa e la consegna delle armi, la condanna a morte e una tassa di guerra fino a quando in città non fosse stato riportato l'ordine. Cinque ribelli che erano innocenti,(i veri colpevoli degli eccidi commessi erano fuggiti prima dell'arrivo di Bixio), dopo un processo sommario furono fucilati e i loro cadaveri lasciati insepolti. " Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva. Ma niuno osò più muoversi... se no ecco quello che ha scritto: 'Con noi poche parole o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra vi struggiamo come nemici dell'umanità' " (G.C.Abba op.cit.)
64.^ Ci si riferisce a Carlo III, «il cui mito continuò ad essere coltivato nei 45 anni di vita del Regno delle Due Sicilie. cit. da Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 305»
65.^ Cit. da Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1980 (I edizione 1925), p. 235
66.^ [in it: l'orribile tirannia intellettuale che regna su questa parte d'Italia] Cit. AA. VV., Storia d'Italia, Libro VI (la parte in questione è scritta da Franco Venturi), pag. 1381, Milano, Ed. speciale Il Sole 24 Ore, 2005 (I ed., Torino, Einaudi, 1974)
67.^ Alfredo Oriani, La lotta politica in Italia 1892 in Tommaso Detti, Giovanni Gozzini, Ottocento, Pearson Paravia Bruno Mondadadori, 2000, p.184
68.^ Sarebbe quest'ultima frase all'origine dei motti "Abbiamo fatto l'Italia, ora dobbiamo fare gli italiani", "Fatta l'Italia bisogna fare gli italiani" e simili, genericamente attribuiti a Massimo d'Azeglio. Tuttavia, secondo gli storici Simonetta Soldani e Gabriele Turi, nell'introduzione a Fare gli italiani. Scuola e cultura nell'Italia contemporanea, il Mulino, il motto "Fatta l'Italia bisogna fare gli Italiani" non apparterrebbe a d'Azeglio, ma sarebbe stato coniato nel 1986 da Ferdinando Martini «nel tentativo di "tradurre" il senso politico» (Carlo Fomenti, Siamo una nazione, ma chi ha fatto l'Italia?, Corriere della sera, 17 luglio 1993) di tale frase nella prefazione a I miei ricordi.
69.^ Cavour, lettera del marzo 1861 in Giuseppe Vottari, Storia d'Italia (1861-2001), Alpha Test, 2004 p.31
70.^ Luciano Cafagna, Cavour, l'artefice del primo miracolo italiano, Il mulino, 1999, p.29 e quarta di copertina, cit.: «Il primo miracolo italiano è stata l'Italia stessa»
71.^ Ottorino Gurgo, Lazzari: una storia napoletana, Guida Editori, 2005, p.364
72.^ I dati riportati in questo paragrafo sulle condizioni dell'Italia post-unitaria sono ripresi da: Antonio Desideri, Storia e storiografia, Vol.II, Casa editrice d'Anna, Messina Firenze, 1979, p.815
73.^ Giuseppe Vottari, Storia d'Italia, Alpha Test, 2005, p.82
74.^ Cfr. Ch. Seaton-Watson, L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925, Laterza, Bari, 1973
75.^ (2 agosto 1861) Corrispondenza D’Azeglio-Matteucci, D’Azeglio , Scritti, Firenze 1931 p.399
76.^ Eric Hobsbawm, Bandits, Penguin, 1985, p.25
77.^ L'ipotesi che il cosiddetto "brigantaggio" nasconda la volontà di una guerra civile del resto traspare nella stessa relazione Massari: «infame guerra, avvolgendo nel sangue, nel lutto, nelle espilazioni, nella guerra civile le provincie già obbedienti ... mentre non può negarsi che il brigantaggio alimentasi ben anco di altre fonti...» in Il brigantaggio nelle provincie napoletane: relazioni fatte a nome della Commissione d'inchiesta della Camera de'deputati da G. Massari e S. Castagnola. Con la giunta della legge proposta e dell'altra sanzionata p.211 e in Giuseppe Massari, Stefano Castagnola, Commissione d'inchiesta parlamentare sul brigantaggio, in Stamp. dell'Iride, 1863, pp.162, 184,187
78.^ Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Adelphi, Milano 1992, p.473 riporta per stralci la Lettera ai censuari del Tavoliere pubblicata dallo zio materno, Francesco Saverio Sipari, riproposta integralmente da L. Arnone Sipari, Francesco Saverio Sipari e la «Lettera ai censuari del Tavoliere», in R. Colapietra (a cura di), Benedetto Croce ed il brigantaggio meridionale: un difficile rapporto, Colacchi, L'Aquila 2005, pp. 87-102, in cui, peraltro, anticipando anche le analoghe osservazioni di Giustino Fortunato, riteneva che il brigantaggio potesse esaurirsi con la "rottura" dell'isolamento delle regioni meridionali, che era dato dall'assenza di una rete infrastrutturale adeguata, di strade e di ferrovie, e con l'affrancamento dai canoni del Tavoliere.
79.^ Giustino Fortunato, Emilio Gentile, Carteggio: 1927-1932, Laterza, 1981, p.14
80.^ Cit. da: Benedetto Croce, op. cit, p. 235
81.^ Teodoro Salzillo, Roma e le menzogne parlamentari, Malta, 1863, p.34.
82.^ «...La crisi economica del 1825-1826 prostrò il mondo delle campagne diede via alla ripresa della guerriglia rurale e a clamorosi episodi di brigantaggio.» Cit. da Angelantonio Spagnoletti, Storia del Regno delle Due Sicilie, Bologna, Il Mulino, 1997, p. 53. Lo stesso autore segnala, in età borbonica, un «...ribellismo endemico, spesso sfociato nel brigantaggio di estese zone delle Calabrie e del Principato di Citra...», cit. da Angelantonio Spagnoletti op. cit., p. 57. Anche nella Puglia settentrionale, in Capitanata, il brigantaggio era particolarmente attivo (soprattutto nel distretto di Bovino) «...fino ad assumere connotati di massa. Ad esso si dedicavano alacremente migliaia di individui, padri e figli, che nell'assalto ai viaggiatori, alle diligenze e al procaccio trovavano la fonte primaria del proprio sostentamento». Cit. da Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 222
83.^ Anche sotto i Borbone si dovettero impiegare le forze armate per reprimere il brigantaggio. Nel 1817 il marchese di Pietracatella, nominato intendente della terra d'Otranto «...nella sua relazione di viaggio osservava compiaciuto che la via consolare di Puglia e i territori che essa attraversava erano ormai tranquilli, addirittura percorribili di notte, anche perché erano presidiati, oltre che dalla gendarmeria, da teste di briganti chiuse in gabbie di ferro e collocate sul ponte di Bovino quale macabro ammonimento per i fuorilegge, i pastori e i contadini che frequentavano quella località.». Cit. da Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 223. Un anno più tardi fu inviato in Puglia il generale Guglielmo Pepe per organizzare le milizie provinciali da impiegare contro i briganti. Cfr. Angelantonio Spagnoletti, op. cit., p. 222
84.^ Cavour, lettera del 15 gennaio 1961 al marchese di Montezemolo, luogotenente in Sicilia in Massimo L. Salvadori, Il mito del buongoverno: La questione meridionale de Cavour a Gramsci, G. Einaudi, 1963 p.27
85.^ In Marco Minghetti ai suoi elettori, Monti, Bologna, 1863
86.^ Il progetto di legge di Minghetti fu il primo ad essere stato redatto in italiano e non in francese. (Arrigo Petacco, O Roma o morte, A. Mondadori, 2010, p.7)
87.^ A.Petacco, Op.cit. p.8
88.^ G. Candeloro, Storia dell'Italia moderna in Diritto e società, Sansoni, 1993, p.82
89.^ Cfr. A.Desideri, op.cit. Vol.II
90.^ Adriana Pintori, Maribel Andreu, "Diamoci dentro!" Cultura e civiltà italiana, Universidad Autònoma de Barcelona, 1996, ISBN 978-84-4900-728-6
91.^ Emilio Lussu, La catena, postfazione di Mimmo Franzinelli, Baldini Castoldi Dalai, Roma, 1997, [1930], ISBN 978-88-8089-212-0, p. 80
92.^ La prima pubblicazione di queste tesi avvenne nel 1949 con la stampa del volume Antonio Gramsci Il Risorgimento, Einaudi Editore (Torino), nell'ambito della prima pubblicazione, raccolti in ordine tematico, degli scritti gramsciani
93.^ Cfr. G. Cantarano p.38
94.^ Desideri Antonio-Themelley Mario, Storia e storiografia, "Il decennio di preparazione e il compimento dell'Unità d'Italia" - Editrice d'Anna, 1999 ISBN 88-8104-267-3
95.^ Carlo Cattaneo, Dell'insurrezione di Milano nel 1848 e della successiva guerra: memorie,Tip. della Svizzera Italiana, 1849 p.146
96.^ Giuseppe Ferrari, "L'Italia dopo il colpo di stato del 2 dicembre 1851, Capolago tipografia elvetica, 1852 p.16
97.^ Cfr. A. Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966.
98.^ Cfr. E. Sereni, "Il capitalismo nelle campagne (1860-1900)", Torino 1955.
99.^ " La conquista del contado da parte di ciascun comune fu un fenomeno generale che portò ad una subordinazione permanente delle campagne alle città e ad una diseguaglianza giuridica tra cittadini ed abitanti del contado...la subordinazione della campagna alla città non ebbe soltanto un carattere politico ed amministrativo, non fu cioè soltanto subordinazione del contado verso la città nel suo complesso e verso il governo cittadino, ma assunse anche il carattere di una dipendenza di tipo feudale o semifeudale dei contadini verso la classe dominante cittadina [...] La politica annonaria dei comuni, continuata anche dalle signorie e dai principati, fu dominata dalla preoccupazione di assicurare a prezzo relativamente basso e costante i rifornimenti alimentari agli artigiani e ai salariati delle città, le cui agitazioni erano assai temute dalla classe mercantile dominante." (in G.Candeloro, "Storia dell'Italia moderna, vol. I, Milano, 1959.)
100.^ G.Arnaldi, "L'Italia e i suoi invasori", Bari, 2003 pag.179
101.^ G. Di Fiore, "I vinti del Risorgimento", Torino, 2004 pag.264
102.^ M.Isnenghi, op.cit.
103.^ (Ch. Seton-Watson, "L'Italia dal liberalismo al fascismo, 1870-1925", Bari, 1973)
104.^ Cfr. Cristina di Belgioioso "La rivoluzione lombarda del 1848" a cura di A. Bandini Buti, Milano 1950.
105.^ cfr. F. Catalano, Stato e società nei secoli, Messina-Firenze, 1974.
106.^ «Il Lombardo-Veneto ebbe infatti dall'Austria una legislazione civile nel complesso non inferiore a quella napoleonica e un sistema amministrativo che funzionava con regolarità e che lasciava ai comuni un'autonomia maggiore che in altri Stati italiani» Il governo austriaco «tra il '15 e il '48 diede al Lombardo Veneto un'ottima rete stradale... e lo mise alla testa degli Stati italiani per l'organizzazione scolastica» (G.Candeloro, Storia dell'Italia moderna, II, 1815-1846, Feltrinelli editore, Milano 1958)
107.^ «Il sentimento di nazionalità, se si prescinde da qualche anticipazione giacobina, nasce e si sviluppa solo nell'Ottocento...allorché le classi economicamente più dinamiche premono per la formazione di grandi mercati unitari» (F.Catalano, Stato e società nei secoli, III, G.d'Anna, Messina-Firenze 1966). L'incremento della produzione agricola e manifatturiera portò alla «necessità di superare in qualche modo il frazionamento territoriale, di costituire mercati più vasti se non un mercato unitario nazionale liberandosi dal dominio straniero che spezzava tra l'altro l'unità economica della valle padana. (Desideri, op.cit.)»
108.^ «Perché il Partito d'Azione non pose in tutta la sua estensione la questione agraria?...La minaccia fatta dall'Austria di risolvere la questione agraria a favore dei contadini, minaccia che ebbe attuazione in Galizia,...non solo gettò lo scompiglio tra gli interessati in Italia ma paralizzò lo stesso Partito d'Azione che in questo terreno pensava come i moderati e riteneva "nazionali" l'aristocrazia e i proprietari e non i milioni di contadini.» (A. Gramsci, Il Risorgimento, Einaudi, Torino 1966)
109.^ In Giacomo Brachet Contol, "La formazione di Francesco Faà di Bruno" citato da F. Pappalardo, "Il mito di Garibaldi", Roma 2002, pag. 94.
110.^ M.Isnenghi, "L'unità italiana" in AA.VV., "Tesi, antitesi, romanticismo-futurismo", Messina-Firenze, 1974.
111.^ La parola cafone un tempo nell'Italia meridionale non aveva alcun senso dispregiativo, e indicava una condizione di subordinazione sociale e culturale certamente difficile, ma non vergognosa. La parola assunse un valore offensivo nel Nord Italia quando, dopo l'unificazione nazionale cominciano le incomprensioni fra le varie parti del paese.
112.^ cfr. M. Isnenghi, "L'unità italiana" in AA.VV., "Tesi, antitesi, romanticismo-futurismo", Messina-Firenze, 1974.
113.^ Cit. da Benedetto Croce, Storia del Regno di Napoli, Bari, Laterza, 1980 (prima edizione 1925), p. 236
114.^ cfr. A.Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966
115.^ R. Del Carria, Proletari senza rivoluzione. Storia delle classi subalterne italiane dal 1860 al 1950, 2 voll., Milano, 1970.
116.^ Questa Tassa sul macinato non va confusa con quella successivamente promulgata per risanare le finanze pubbliche nel Regno d'Italia nel 1868 ed estesa anche alle regioni settentrionali che non la conoscevano. Ne conseguirono una serie di sommosse nell'area padana raccontate nel romanzo storico Il mulino del Po di Riccardo Bacchelli.
117.^ Antonella Grignola, Paolo Ceccoli, Garibaldi, Giunti Editore Firenze, 2004, p. 51.
118.^ A. Gramsci, "Il Risorgimento", Torino 1966
119.^ Non appena Bixio arrivò a Bronte fece subito intendere quale fossero le sue intenzioni: uccise a freddo uno dei capi più accesi dei rivoltosi ed emanò un decreto con cui comandava la resa e la consegna delle armi, la condanna a morte e una tassa di guerra fino a quando in città non fosse stato riportato l'ordine. Cinque ribelli che erano innocenti, (i veri colpevoli degli eccidi commessi erano fuggiti prima dell'arrivo di Bixio), dopo un processo sommario furono fucilati e i loro cadaveri lasciati insepolti. " Dopo Bronte, Randazzo, Castiglione, Regalbuto, Centorbi, ed altri villaggi lo videro, sentirono la stretta della sua mano possente, gli gridarono dietro: Belva. Ma niuno osò più muoversi... se no ecco quello che ha scritto: 'Con noi poche parole o voi restate tranquilli, o noi, in nome della giustizia e della patria nostra vi struggiamo come nemici dell'umanità'" (G.C.Abba op.cit.)
120.^ La delusione delle masse contadine meridionali per le mancate promesse di Garibaldi di una riforma agraria ben si espressero nei racconti e nei canti di protesta che si ricollegano alla tradizione sanfedista come il seguente: "Garebbalde tradetore": Ca amm'a fa de Garebbalde / ca iè mbame e tradetòre? / Nu velìme u rè Berbòne / ca respètte la religgione / Sènghe na vosce abbasce / Frangische se ne va / Règne de Nàbbule statte secure / ca dope n'anne av'a ternà. (Che ne facciamo di Garibaldi / Che è infame e traditore / Noi vogliamo il re Borbone / che rispetta la religione / Sento una voce in basso / Francesco se ne va / Regno di Napoli stai sicuro / che dopo un anno deve tornare) (Giuseppe Vettori, Canti sociali italiani di di Roberto Leydi. Il folk italiano: canti e ballate popolari, Newton Compton, 1976 p.468)
121.^ 22 maggio. Ancora a Parco. in Giuseppe Cesare Abba, Da Quarto al Volturno. Notarelle di uno dei Mille, Bologna 1952.
122.^ Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi, 1972, p.229
123.^ Alcuni dei principali esponenti di tale corrente revisionista sono stati Giacinto de' Sivo con il suo libro Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Carlo Alianello con La conquista del sud e Nicola Zitara con L'Unità d'Italia, nascita di una colonia.
124.^ Gilles Pécout, infatti, distingue gli stati preunitari in tre tipologie: stati indipendenti (Due Sicilie, Regno sardo-piemontese, Stato Pontificio, San Marino), possedimenti austriaci (Lombardo-Veneto) e stati solo apparentemente autonomi, ma indirettamente controllati dall'Austria (Toscana e ducati emiliani). Gilles Pécout, Il lungo Risorgimento, Mondadori, 1999, p.73.
125.^ Gigi Di Fiore, Controstoria dell'unità d'Italia, BUR, 2007, p. 70
126.^ Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie 1847-1861, Edizioni Trabant, 2009, p. 331.
127.^ Filippo Curletti, La verità sugli uomini e sulle cose del Regno d'Italia, a cura di Elena Bianchini Braglia, Tabula Fati, Chieti, 2005, p.35
128.^ Angela Pellicciari. La farsa dei plebisciti in Libertà e persona. URL consultato il 19 gennaio 2011.
129.^ Roberto Martucci, L'invenzione dell'Italia unita: 1855-1864, Firenze, Sansoni, 1999, pag. 251. ISBN 88-383-1828-X
130.^ Carlo Alianello. «La conquista del Sud». Brigantino - il Portale del Sud. URL consultato in data 25 giugno 2010.
131.^ Gigi Di Fiore, Potere camorrista: quattro secoli di malanapoli, Napoli, 1993, p. 63.
132.^ Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia!, Piemme, 1998, p. 61.
133.^ «Consci dinanzi a Dio e dinanzi agli uomini di non aver mai fornito alcun legittimo pretesto al Governo sardo di ammettere per parte sua una così fatta considerazione, dopo averla considerata ingiusta, dobbiamo anche considerarla contraria ad ogni analoga consuetudine internazionale.» (Francesco V di Modena). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.69.
134.^ «Una guerra ingiusta e contro la ragione delle genti ha invaso i miei Stati, nonostante ch'io fossi in pace con tutte le potenze europee.» (Francesco II di Borbone). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.135.
135.^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli, La rivoluzione italiana: storia critica del Risorgimento, Il minotauro, 2001, p.164
136.^ «Si è introdotto il nuovo diritto, sul quale le dichiarazioni del ministero non hanno lasciato alcun dubbio; il diritto, dico, di fucilare un uomo preso con le armi in mano. Questa si chiama guerra di barbari, guerra senza quartiere. Ed all'interno, come si chiama? Dateci voi un nome, io non so darlo. E se il vostro senso morale non vi dice che camminate nel sangue, io non so come spiegarmi» (Giuseppe Ferrari). Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.226.
137.^ «I Proclami di Cialdini e degli altri Capi sono degni di Tamerlano, di Gengiskhan, o piuttosto di Attila.» (Giovanni Nicotera). Citato in Teodoro Salzillo, Roma e le menzogne parlamentari, Malta, 1863, p.34.
138.^ «Si è inaugurato nel Mezzogiorno d'italia un sistema di sangue. E il Governo, cominciando da Ricasoli e venendo sino al ministero Rattazzi, ha sempre lasciato esercitare questo sistema» (Nino Bixio). Citato in Giovanni De Matteo, Brigantaggio e Risorgimento, Guida Editore, 2000, p. 263.
139.^ Tra i politici europei che espressero critiche nei confronti dei provvedimenti contro il brigantaggio vi furono lo scozzese McGuire, il francese Gemeau e lo spagnolo Nocedal. Citato in Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.244-245.
140.^ Neoborbonici all'assalto di Fenestrelle 'In quel forte ventimila soldati morti'. URL consultato il 29 luglio 2010.
141.^ Gian Antonio Stella. «Espatri dalle regioni italiane 1876 - 1900». www.speakers-corner.it. URL consultato in data 07-10-2010.
142.^ Massimo Viglione, Francesco Mario Agnoli , La rivoluzione italiana:storia critica del Risorgimento, Roma, 2001, p. 98
143.^ "La riunificazione del debito pubblico (quello più consistente del Piemonte assorbiva quello inferiore delle Due Sicilie) portò all'estensione delle tasse sarde nelle nuove provincie. Fu un trauma per il sud, abituato a sole cinque imposte applicate nel Regno Borbonico. C'erano anche le imposte sulle successioni e le donazioni, sull'assistenza sanitaria, le pensioni, i mutui, sconosciute al sud." Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.185
144.^ "Cominciò lo stillicidio dei licenziamenti di impiegati ed operai alla Stamperia Nazionale, alla Zecca, al Lotto, all'Arsenale, ai cantieri navali di Castellammare." Gigi Di Fiore, Controstoria dell'Unità d'Italia, p.186
145.^ "Nel 1864, Bixio presentò alla Camera il progetto di chiusura del cantiere di Castellammare e dell’Arsenale di Napoli, cui fecero seguito licenziamenti e accesi scontri d’opinione. In quegli anni, la stessa sorte toccò alle Officine Ferroviarie di Pietrarsa, che furono declassate a «Officina Grandi Riparazioni», ed alla Fonderia e Fabbrica d'armi di Mongiana, che fu ceduta all’ex garibaldino Achille Fazzari, e poi chiusa definitivamente nel 1872". Nicola Zitara, L'unità truffaldina, p.62.
146.^ «I giornali quotidiani e periodici sono numerosissimi in tutto l'arco delle vicende risorgimentali...Il giornalismo politico è una delle nuove e primarie articolazioni storiche del ruolo politico dell'intellettuale: dove per intellettuale intendiamo...anche il notaio, il prete, l'avvocato, il professore...Anche qui le classi subalterne abbisognano d'una ulteriore mediazione - qualche intellettuale locale, prete, maestro...: tutti "borghesi" - se vuole accedere al contenuto del messaggio» (M.Isnenghi, op.cit.)
147.^ M. Isnenghi, op.cit.
148.^ Cesare Giardini, (a cura di) Il Risorgimento italiano 1796-1861. Dalle opere di V.Cuoco. P.Colletta. Stendhal. C.Balbo. G.Mazzini. G.Garibaldi. C.Tivaroni. H.Bolton King. G.Carducci. E.Di Treitschke. B.Croce. P.Silva. A.Omodeo. L.Salvatorelli. F.Quintavalle. A.Panzini.M.Paléologue. Verona, 1958, Mondadori
149.^ «Il processo di unificazione politica della penisola come il frutto di una possente e unanimistica spinta di popolo è un mito postumo...un tentativo dei ceti colti di operare finalmente una sutura con i ceti subalterni, imponendo loro la propria egemonia politica»(da Mario Isnenghi, L'unità italiana, in AA.VV., Tesi, antitesi. romanticismo-futurismo, G. D'Anna, Messina-Firenze, 1974 pag.810)
150.^ La lotta politica in Italia. Origini della lotta attuale (476-1887), Firenze, Libreria della Voce, 1913
151.^ Adolfo Omodeo, Storia del risorgimento italiano. Nona edizione riveduta con profilo di Benedetto Croce, Napoli, ESI, 1965
152.^ Gioacchino Volpe, Italia moderna (1815 – 1915), I, Sansoni, Firenze 1943
153.^ Cfr. Giorgio Spini, Risorgimento e protestanti, Il Saggiatore, Milano, 1989 - Claudiana, Torino 2008



 

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